Arte
CUSTODIRE L'UMANO. lA PAROLA AGLI ARTISTI
di Giuseppina Bolzoni
Pietrangelo Buttafuoco, chiamato a presiedere la 61. Esposizione Internazionale d’Arte, dopo la prematura scomparsa di Koyo Kouoh a maggio 2025, ha così definito l’attuale Biennale di Venezia: “È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo. Un percorso, quello di Koyo Kouoh, che recupera i rapporti umani, nati nei cortili e nel vicinato urbano. Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto, che una parte di mondo, quello più opu
lento e sazio, identificato nella parola “Occidente”, da tempo ha perso di vista, smarrito.” Il titolo In Minor Keys si riferisce proprio allo sguardo degli artisti sulle cose umane, le “piccole cose, che sono grandi.”
Un intento simile permea le numerose mostre -eventi collaterali alla Biennale- aperte in molti ambienti veneziani, alcuni con una chiara vocazione espositiva, come Cà Pesaro o il Museo Fortuny, altri insoliti, come la Scuola di S. Rocco. Vorrei presentarvi alcuni dei numerosi eventi espositivi che Venezia offre in questo periodo e che saranno visitabili fino al 22 novembre 2026.
La proposta, per studenti ed insegnanti, ma anche per tutti coloro che amano immergersi nella grande arte contemporanea, nasce dalla scoperta di una profonda sintonia tra i temi delle mostre e i contenuti dell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, recentemente pubblicata. Raccogliendo la sfida del mondo in cui siamo immersi, e del suo paradigma tecnocratico, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, il Papa si chiede quale concezione dell’umano, dell’autenticamente umano, è necessario comprendere, custodire e valorizzare?
![]() 1. Fabre, The Man Who Cuts the Grass, 2026, Scuola di S. Rocco |
![]() 2. E. Wurm, Rodin’s Coat, 2023, Museo Fortuny |
Gli artisti delle mostre veneziane, oltre ad interrogarsi sull’origine e il fine della loro creatività, mettono al centro del loro lavoro il corpo come oggetto di riflessione problematica e destinazione dell’atto creativo.
Nel paragrafo 118 dell’Enciclica si legge “[…] Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […]”
Nel Museo Fortuny espone per la prima volta in Italia lo scultore austriaco Erwin Wurm, che nel corso della sua carriera ha radicalmente ampliato il concetto di scultura, mettendo in discussione le nozioni di tempo, massa e superficie e, da molti decenni usa gli abiti per affrontare questioni scultoree. Gli indumenti che indossiamo possono essere un confine tra il corpo e il mondo, possono coprire i nostri difetti o esaltare i punti di forza.
Gli indumenti privi di figura umana – presenti sia al pian terreno che al primo piano - sono monumenti all’assenza o membrane che trattengono l’ultimo gesto di chi li ha abitati (foto 3, 4).
![]() 3. E. Wurm, Repentance/After Donatello, 2023 |
![]() 4. E. Wurm, Substitutes, 2025 |
In queste opere, come nel Rodin’s Coat (foto 2), la lavorazione del metallo (bronzo, alluminio, acciaio verniciati) imita con precisione la stoffa e rafforza l’ambiguità di ciò che stiamo osservando e ci spingono a chiederci: stiamo guardando l’apparenza o la sostanza? Dei corpi o ciò che rimane quando un gesto o una posa si concludono e si va altrove?
Nei Dreamers, oggetti di uso quotidiano (come i cuscini) vengono antropomorfizzati in modi inaspettati e Wurm sembra dirci: “Guardare l’ordinario dalla prospettiva dell’assurdo e del paradosso ci dà l’opportunità di vedere qualcosa di diverso, forse più interessante.” (E. Wurm)
Grazie alle One-Minute Sculptures, iniziate nel 1996-97, l’artista fornisce agli osservatori istruzioni che indicano azioni o pose da eseguire con oggetti come sedie, secchi, maglioni…anche il nostro corpo diventa scultura!
5. E. Wurm, Dreamers, 2025 |
6. E. Wurm, One-Minute Sculptures |
Sicuramente meno giocosa è The Quiet Source, la mostra in cui Jan Fabre dialoga col passato, con i dipinti di Tintoretto, attraverso tre sculture (7, 8, 1, 9) installate lungo l’asse centrale dell’edificio. Dialoga soprattutto con la luce, infatti le opere sono in bronzo al silicio e la loro superficie amplifica la luce e conferisce ad esse una sorprendente qualità di presenza e quasi di immaterialità. Fabre racconta la sua storia famigliare (i tre personaggi rimandano a sé stesso, al padre e al fratello), gli affetti che sostengono il suo dialogo con la vita e la morte attraverso forme solide e luminose
7. J. Fabre, The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father), 2026 |
8. J. Fabre, The Artist as a Stray Dog in His Basket, 2026 |
9. J. Fabre, The Man Who Cuts the Grass, part., 2026 |
Ma la mostra in cui l’artista esibisce la carne del corpo reale, nudo, abbondante e abbandonato, osservato da un punto di vista quasi impietoso, non seducente, è quella di Jenny Saville a Cà Pesaro, un’ampia esposizione con oltre trenta dipinti e disegni, tra cui molti capolavori dagli esordi, negli anni Novanta, fino ai giorni nostri. Appartiene alla generazione di pittori e scultori -Young British Artists (YBA)- che si distinsero nel Regno Unito tra gli anni Ottanta e i Novanta per un ritorno alla figurazione e alla sensualità della pittura a olio, sollevando interrogativi sulla percezione del corpo da parte della società. Nelle sue tele monumentali, come Propped (10), che s’incontra nella prima sala, l'artista ritrae sé stessa, nuda, allo specchio, demolendo il canone di grazia e perfezione dell’estetica femminile

10. J. Saville, Propped, 1992, olio su tela
La posizione instabile sullo sgabello, le unghie che premono sulle cosce, le testa che esce in parte dalla tela sono segni di inquietudine, ma confermano anche il coraggio di mostrarsi con le proprie imperfezioni. L'opera, proposta come tesi di laurea alla Glasgow School of Art in Scozia, viene notata da Charles Saatchi, che acquista tutta la sua prima produzione determinando subito il successo della pittrice.
"La memoria della vita è scritta sul tuo volto, sul tuo corpo.” (J. Saville)
Bellissimi sono i suoi ritratti, come Rosetta II (11), una giovane donna napoletana non vedente, presentata come una veggente antica o una Santa Teresa in contemplazione.
11. J. Saville, Rosetta, II 2005-2006, olio su carta da acquerello
Nelle sue produzioni più recenti, Saville sposta l'indagine sulla sofferenza collettiva, affrontando temi dal profondo impatto emotivo e simbolico
12. J. Saville, Blue Pietà, serie Aleppo, 2017-2018
La serie Aleppo (2017-2028) e le diverse versioni delle Pietà (12) non solo documentano la cronaca del presente, ma la trasfigurano, offrendosi come immagine universale, che attraversa il tempo. Guerre e trasformazioni epocali, che fanno paura, hanno portato l'artista a riflettere sul senso e il valore dell'arte: "A un certo punto ho iniziato a pensare che dipingere fosse inutile e, invece, continuare a farlo è un atto politico. Significa creare qualcosa di autentico, affrontare un viaggio come quello della vita. Di fronte al cambiamento, continuare a dipingere è fondamentale". In queste parole si sente l’eco di quelle che Giovanni Paolo II rivolse agli artisti nel 1999: “Nella «creazione artistica» l'uomo si rivela più che mai «immagine di Dio», e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda «materia» della propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo circonda.”
A cura di:
GIUSEPPINA BOLZONI, laureata nel 1985 presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, dal 1986 insegna Storia dell’Arte al liceo artistico della Fondazione Sacro Cuore di Milano, ove ha contribuito all’elaborazione del progetto sperimentale su base quinquennale.





5. E. Wurm, Dreamers, 2025
6. E. Wurm, One-Minute Sculptures
7. J. Fabre, The Man Who Holds the Sword
8. J. Fabre, The Artist as a Stray Dog
9. J. Fabre, The Man Who Cuts the Grass, 




