INTORNO A MOBY DICK

(prima parte)

 

Moby Dick, o La Balena, è un romanzo di Herman Melville, pubblicato nel 1851. Si tratta probabilmente del più grande romanzo in lingua inglese dell’ottocento, e uno tra i maggiori del secolo prodotti dalla letteratura dell’occidente, intendendo con questo Europa Occidentale e Nord America.

         Si tratta di un romanzo lungo e denso, dallo stile potente e coinvolgente, e come obiettivo ha quello di scandagliare la profondità dell’animo umano con una intensità, direi quasi una ferocia, di indagine che ne fanno un'opera epica e di profonda intensità. Non è una avventura di mare. Il romanzo alterna alla narrazione pagine di cetologia, poesie, canti marinareschi e pagine che appaiono come canovacci di un’opera teatrale. Numerosissimi gli accenni alla storia, alla cultura e alla scienza in Europa.  L’autore non rinnega le sue lontane origini. Un romanzo da leggere con calma, con lentezza, magari avendo davanti la prospettiva di un periodo di vacanza.

         Alcuni mesi fa, forse in primavera, un giovane aviatore tedesco salì in cielo con il suo piccolo aereo e con il fumo scrisse queste parole, “Sono annoiato”. Mi ha colpito la sua sincerità e condivido quel senso di nulla e vuoto che capita a tutti, almeno in qualche momento. E non è lontano dall’inizio del romanzo, dove il protagonista, o meglio il narratore, Ismaele, sembra partire dallo stesso punto. Dice infatti “Qualche anno fa...avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare… E’ un modo che ho di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione”,

         Ismaele, dunque. Il nome ci riporta inevitabilmente e un altro Ismaele, il figlio di Abramo e della sua schiava, che viene allontanato dalla tenda dopo la nascita del legittimo erede, Isacco.  Ismaele è dunque allontanato da casa, diventa un emigrante come il narratore del romanzo: lui o la sua famiglia hanno lasciato l’Europa in cerca di una terra migliore. Non c’è nostalgia o rimpianto, né acredine. Ismaele è tutto proteso verso la nuova vita, ha quelle che potremmo definire le qualità dell’emigrante, coraggio, intraprendenza, è capace di ironia e autoironia.

        Lo incontriamo tra New Bedford e Nantucket, i due porti per le baleniere nel Nord America, in cerca di una nave dove imbarcarsi. Lo seguiamo mentre cammina tra gelo e neve alla ricerca di una locanda dove passare la notte, lo seguiamo mentre incontra e fa colazione con altri come lui, gente di mare, avventurieri, con il loro carico di racconti e fatiche. Uomini duri che  non si lamentano mai, anzi, quasi orgogliosi delle loro fatiche, figure spesso impenetrabili, taciturni. Lo seguiamo nella misera stanza della locanda dove incontra quello che sarà il suo privilegiato compagno di avventure, Queequeg, il “selvaggio” gigantesco anche lui alla ricerca di un imbarco, ma come ramponiere, l’élite nella ciurma di una baleniera.

         Il giorno dopo Ismaele attende alla funzione religiosa di padre Mapple nella chiesa cosparsa di piccole lapidi che ricordano i balenieri scomparsi e i naufragi. Incontriamo anche le prime donne, silenziose, vecchie vedove, madri e mogli in attesa di mariti o figli che non arrivano e forse non arriveranno più. Il sermone del pastore appare a una prima lettura quasi farneticante, in questo miscuglio di vecchio testamento e realtà marinara, con accenni a Giona e alla balena, con i tre giorni di quasi morte e la salvezza alla fine. Perché Dio c’è, e alla fine vince, ma c’è anche il male, fuori e dentro l’uomo, ci sono il pericolo, il naufragio, abbracciati alla speranza. Alla fine del sermone padre Mapple è esausto proprio come un baleniere di fronte alla preda catturata. E non ha vergogna di mostrarsi esausto, affranto, di fronte a una assemblea di cristiani riformati, di quaccheri attenti alla morale e sostanzialmente soli di fronte alle burrasche della vita.

         Finalmente Ismaele e il nuovo socio, Queequeg, trovano imbarco su una vecchia ma solida baleniera e dopo qualche giorno, non troppo presto, non troppo tardi, la nave, il Pequod, salpa. E qui si avvia una nuova sezione del romanzo, la vita a bordo del Pequod, lettura di un microcosmo nell’oceano infinito. E’ il momento di conoscere l’equipaggio, almeno nelle figure più rappresentative, gli ufficiali, il cuoco, i ramponieri. Sorprende che i tre ramponieri siano non di origine europea, Queequeg viene da un isola del Pacifico, Tashtego è un indiano delle regioni fredde e Daggoo è un gigantesco nero africano. D’altra parte,  anche gli altri membri dell’equipaggio provengono da ogni angolo del mondo, un po’ come l’America di Melville.

                  Certo, ci sono momenti per guardare il tramonto e godere del sole caldo, ma subito prevale il senso di isolamento e l’incertezza del destino, del domani. E’ il tempo di affrontare i due veri protagonisti del romanzo, il capitano e la balena. Achab, altro nome biblico, un re che aveva rinnegato il suo dio per rivolgersi a dei stranieri, è il capitano. Altero, distante, inarrivabile e incomprensibile, sa quello che deve fare, sa farsi rispettare e sa coinvolgere tutto l’equipaggio nella missione. Conosce i suoi uomini, i loro difetti e le loro attese. Però ha come rinnegato la sua missione, perché il suo obiettivo, neppure tanto nascosto, ora è uno solo, uccidere Moby Dick, il capodoglio che lo ha reso uno zoppo, che gli ha strappato una gamba. Per lui quella balena è diventata un’ossessione, l’unica ragione che lo spinge nella vita. Ambisce a uccidere. E’ divorato da un odio implacabile che ne fa quasi un eroe elisabettiano alla fine della sua delittuosa vita. Per lui quella balena è il male assoluto e per sconfiggerlo è disposto a sacrificare tutto e tutti.  Se è possibile vivere di solo odio, Achab ne è un esempio mirabile.

Poi Moby Dick, il capodoglio, la grande preda ambita da tutti i balenieri. Una balena bianca, enorme, dalla bocca storta, dalle pinne e dalla pelle traforata da ramponi ma inafferrabile. Invincibile e, secondo alcune leggende marinare, immortale. Non si sa dove sia, ma a volte appare, con il suo alto spruzzo. In molti hanno provato ad affrontarla senza successo, anzi, nella caccia gli equipaggi di alcune lance hanno trovato la morte e alcune navi sono state affondate dai suoi colpi. Perchè Moby Dick, si dice, è maligna, tutti ne hanno paura perché non è solo un grande capodoglio ma rimanda in fondo a quello che tutti chiamiamo sconosciuto, inconoscibile mistero della vita.

(fine della prima parte)

 


A cura di:

Marco Grampa

Laurea in Lingue e Letterature moderne presso IULM di Milano. Insegnante al Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio per 20 anni, per otto anni presso il Liceo Scientifico Tirinnanzi di Legnano, dove ha operato come senior manager per scambi culturali con istituti australiani, portoghesi e USA.
Traduttore di opere soprattutto di carattere letterario da paesi di lingua inglese, in particolare africani.
Autore di racconti e brevi saggi per riviste locali.

 

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