CHI NON CONOSCE AMORE, LO ASSAGGI 

I Poeti Metafisici 

 

    Inghilterra, XVII secolo. Nel 1603 muore la Regina Elisabetta, nel 1616 è il turno di W. Shakespeare. Nel 1642 scoppia la guerra civile che culmina , nel 1649, con la decapitazione del re Carlo I. Nel 1660 avviene la restaurazione del regime monarchico con Carlo II. Gli aristocratici, monarchici e realisti, devono venire a patti con la classe media ormai decisiva per l’economia del paese. Nel 1660 nasce Newton. Sempre nel 1660 viene fondata la Royal Society, per l’avanzamento dello studio delle scienze. Francis Bacon era già morto nel 1626, ma il suo contributo di rigorismo scientifico più vivo che mai.

    E’ un periodo di scoperte e cambiamenti repentini nel campo economico, sociale e culturale, di avventure del pensiero e del lavoro. Dal punto di vista culturale e letterario i teatri vengono chiusi durante il Commonwealth dei Puritani, e riaperti con il ritorno del re Carlo II. Per quel che riguarda la prosa, l’Inghilterra si sta preparando alla grande stagione del giornalismo e del romanzo, con De Foe che nasce nel 1660.

    Il fenomeno che voglio qui mettere a fuoco è quello di un gruppo di poeti, detti metafisici, che segnalano in modo straordinario il momento di un paese che sta cambiando, con le sue incertezze e le sue scoperte. Sono poeti che non hanno dimenticato la lezione del breve, concitato rinascimento inglese, ma sottolineano le aspirazioni e i dubbi di una nuova epoca anche con un nuovo linguaggio.

Dobbiamo a T.S. Eliot la riscoperta di questi poeti, di cui riconoscerà l’influenza nella sua poesia, ma che sono presenti nella riflessione poetica di molti altri nel novecento. Parliamo di un movimento caratterizzato da un uso di stile arguto, di metafore complesse e coraggiose, paradossi elaborati e soprendenti paragoni tra i diversi elementi della realtà; i temi esplorati sono l’amore, la religione, la filosofia, con riferimenti a scienza, geografia e astronomia, con un linguaggio a volte sofisticato e a volte colloquiale, sovente molto realistico, lontano dalle forme poetiche del tempo. Fornisco qui un primo esempio, la scelta è dovuta forse al fatto che è quaresima quando sto scrivendo.

 

  L’agonia

I filosofi hanno perimetrato i monti,
scandagliato gli abissi dell’oceano, istituito stati
e re; con un bastone forgiano una fontana in cielo:
         eppure soltanto due sono gli spazi
incomprensibili che dovremmo misurare
per i quali non c’è misura: Colpa e Amore.

Chi conosce Colpa, la riscatti
scalando il Monte Oliveto; vedrai
un uomo scagliato nel dolore, cranio,
        corpo e tunica sacri di sangue.
La Colpa corrode e corrompe, irrita il dolore
che va a caccia del pasto, fa razzia delle vene.

Chi non conosce Amore, lo assaggi
ne provi il succo che sulla croce una picca
ha leccato; ti dirà lei se esiste cosa
       con sapore simile al mondo.
Dolce liquore, mosto divino, Amore:
ciò che Dio crede sangue, per me è vino.

    Autore della composizione è George Herbert (1593-1633) studioso a Cambridge, poi divenuto sacerdote anglicano. L’argomento della poesia è certamente l’amore a Cristo nella consapevolezza della colpa e del limite umani. Si noti il linguaggio, l’uomo “scagliato nel dolore, cranio,” colpa e dolore “che razziano le vene”, e quel  “Chi non conosce Amore, lo assaggi”, come un invito a guardare, toccare, leccare. Tutto molto XX secolo.

    Altro ci viene da una poesia di J. Donne (1572-1631), forse il più noto dei poeti metafisici, Ecco The Sun Rising, il Sole che Sorge.

  Busy old fool, unruly sun,
               Why dost thou thus,
Through windows, and through curtains call on us?
Must to thy motions lovers' seasons run?
               Saucy pedantic wretch, go chide
               Late school boys and sour prentices,
         Go tell court huntsmen that the king will ride,
         Call country ants to harvest offices,
Love, all alike, no season knows nor clime,
Nor hours, days, months, which are the rags of time.

Nella prima strofa il poeta rimprovera il sole, trattato come un vecchio intruso, “vecchio sciocco”, perché ci disturbi? E’ mattino, il  poeta è in compagnia dell’amata e non vuole che la notte finisca, invita il sole ad andare da un’altra parte, a svegliare i servi del re, i giovani apprendisti, gli scolari sempre in ritardo (già allora), forse che gli amanti devono vivere seguendo i ritmi del sole, conclude. E proseguendo,

Thy beams, so reverend and strong
               Why shouldst thou think?
I could eclipse and cloud them with a wink,
But that I would not lose her sight so long;
               If her eyes have not blinded thine,
               Look, and tomorrow late, tell me,
         Whether both th' Indias of spice and mine
         Be where thou leftst them, or lie here with me.
Ask for those kings whom thou saw'st yesterday,
And thou shalt hear, All here in one bed lay.
               She's all states, and all princes, I,
               Nothing else is.
Princes do but play us; compared to this,
All honor's mimic, all wealth alchemy.
               Thou, sun, art half as happy as we,
               In that the world's contracted thus.
         Thine age asks ease, and since thy duties be
         To warm the world, that's done in warming us.
Shine here to us, and thou art everywhere;
This bed thy center is, these walls, thy sphere.

    Nella seconda strofa afferma che potrebbe allontanare il sole semplicemente chiudendo gli occhi, ma non lo fa perché non vuol smettere di  guardare l’amata, e invita poi il sole a considerare se le ricchezze dell’India delle spezie e delle miniere, cioè l’Asia e l’America, sono dove le ha lasciate o non piuttosto lì accanto a lui. Lei è “tutti gli stati e tutti i regnanti”,  per cui, e sono i due versi finali, “splendi su di noi e sei dappertutto, questo letto è il tuo centro e queste pareti la tua orbita”.

 

    Il linguaggio è sorprendentemente colloquiale, un dialogo quasi con il sole, ma i riferimenti sono alla vastità del mondo, alle sue ricchezze, all’armonia delle leggi che lo regolano.

    Altrettanto sorprendente il suo sonetto di tipo elisabettiano Batter my Heart, tratto dalla raccolta Holy Sonnets.

Batter my heart, three-person'd God, for you                 
As yet but knock, breathe, shine, and seek to mend;       
That I may rise and stand, o'erthrow me, and bend          
Your force to break, blow, burn, and make me new.         
 I, like an usurp'd town to another due,                              
Labor to admit you, but oh, to no end;                              
Reason, your viceroy in me, me should defend,                
But is captiv'd, and proves weak or untrue.                       
Yet dearly I love you, and would be lov'd fain,                 
But am betroth'd unto your enemy;                                  
Divorce me, untie or break that knot again,                     
Take me to you, imprison me, for I,                                  l                                                                                  
Except you enthrall me, never shall be free,                    
Nor ever chaste, except you ravish me.

    Ne do qui sotto una mia traduzione,                          

Colpisci il mio cuore, Dio,
Tu bussi, sospiri, risplendi, cerchi di riparare,
perché mi possa rialzare, rovesciami,
Piega la tua forza per spezzarmi, colpire, bruciare e farmi nuovo.
Io, come una città usurpata da un altro
cerco di farti entrare, ma inutilmente;
La ragione, tuo rappresentante in  me,
Dovrebbe difendermi,
ma è prigioniera e si dimostra  debole o falsa
Tuttavia io ti amo, e vorrei essere amato,
Ma sono consegnato al tuo nemico:
Strappami, slegami, rompi ancora quel nodo,
Se non mi avvinci, mai sarò libero,
Mai casto, se non mi violenti.

    Davvero interessante questo sonetto che rivela tutta la drammaticità dell’indegnità e della debolezza dell’uomo di fronte a Dio e la paradossale richiesta a Dio di fargli violenza per farlo diventare suo. Notiamo anche quelle parole, la ragione, tuo rappresentante in me. Un accenno forse alla sempre possibile fallibilità di questa umana qualità, che qui si rivela debole? Anche Donne divenne sacerdote anglicano, molto apprezzato per i suoi sermoni, uno dei quali contiene la famosa riflessione “per chi suona la campana?” Il tema religioso è tra i favoriti di questi poeti, Non dimentichiamo lo strappo dalla chiesa di Roma di qualche decennio prima e il contrasto, all’interno della chiesa anglicana, tra i fedeli della High Church e le sette originate al suo interno.

    Più ironico e leggero l’approccio al tema del carpe diem in quest’ultima poesia. I versi scorrono veloci; l’autore è Andrew Marvell (1621-1678), poeta, politico e membro del Parlamento.

     To His Coy Mistress

Had we but world enough and time,
This coyness, lady, were no crime.
We would sit down, and think which way
To walk, and pass our long love’s day.
Thou by the Indian Ganges’ side
Shouldst rubies find; I by the tide
Of Humber would complain. I would
Love you ten years before the flood,
And you should, if you please, refuse
Till the conversion of the Jews.
My vegetable love should grow
Vaster than empires and more slow;
An hundred years should go to praise
Thine eyes, and on thy forehead gaze;
Two hundred to adore each breast,
But thirty thousand to the rest;
An age at least to every part,
And the last age should show your heart.
For, lady, you deserve this state,
Nor would I love at lower rate.
       But at my back I always hear
Time’s wingèd chariot hurrying near;
And yonder all before us lie
Deserts of vast eternity.
Thy beauty shall no more be found;
Nor, in thy marble vault, shall sound
My echoing song; then worms shall try
That long-preserved virginity,
And your quaint honour turn to dust,
And into ashes all my lust;
The grave’s a fine and private place,
But none, I think, do there embrace.
       Now therefore, while the youthful hue
Sits on thy skin like morning dew,
And while thy willing soul transpires
At every pore with instant fires,
Now let us sport us while we may,
And now, like amorous birds of prey,
Rather at once our time devour
Than languish in his slow-chapped power.
Let us roll all our strength and all
Our sweetness up into one ball,
And tear our pleasures with rough strife
Through the iron gates of life:
Thus, though we cannot make our sun
Stand still, yet we will make him run

     Ne offro una traduzione, anche se non rende purtroppo il ritmo vivace del testo originale,

    Alla sua Ritrosa Amata

Avessimo abbastanza Mondo e Tempo,
non sarebbe un delitto, Signora, la vostra ritrosia.
Penseremmo seduti a quale strada prendere,
a come trascorrere il nostro lungo giorno d’Amore.
Voi sulla riva del Gange trovereste rubini: io presso
l’onda del fiume Humber mi lamenterei.
Vi amerei fino a dieci anni prima del diluvio,
e voi, se vi piacesse, potreste rifiutarmi
fino alla conversione degli Ebrei.
Il mio amore vegetale avrebbe il tempo
di crescere più grande di tutti gli imperi
e anche più lento.
Cent’anni se ne andrebbero a lodare
i vostri occhi e a contemplare il vostro volto.
Duecento per adorare uno dei vostri seni
e trentamila almeno per adorare insieme tutto il resto.
Un Evo intero per ciascuna parte, e l’ultimo
alfine mostrerebbe il vostro cuore.
Perché senza alcun dubbio, Signora,
questo cerimoniale voi lo meritate, e io non vorrei
amarvi a minor prezzo.
Ma alle mie spalle odo continuamente
l’alato carro del tempo che si avvicina veloce:
e laggiù da ogni parte, davanti a noi,
si stendono deserti di vasta eternità.
La vostra bellezza non sarà più ritrovata;
e non si potrà più udire nel vostro sepolcro di marmo
echeggiare il mio canto: solo i vermi tenteranno
quella verginità a lungo preservata:
e il vostro strano onore sarà mutato in cenere;
tutta la mia lussuria trasformata in polvere.
Certo la tomba è un luogo intimo e bello
ma dubito che qualcuno vi voglia fare all’amore.
Ora, dunque, mentre il colore della giovinezza
si posa sulla vostra pelle come rugiada del mattino,
ora mentre l’anima consenziente
brucia con fiamme importune,
ora finché possiamo diamoci ai piaceri;
e ora simili ad amorosi sparvieri
subito divoriamo il nostro tempo,
piuttosto che languire nel suo spietato fluire lento
Uniamo allora la nostra forza vera e tutta la nostra dolcezza
in una sola sfera scagliata oltre i ferrei cancelli della vita.
Così sebbene non si possa fermare il sole
si può obbligarlo a roteare.

    Il tema non è certamente nuovo, il ritmo veloce, soprattutto all’inizio,, ma alcuni indizi ci segnalano malinconia e incertezza. “Se noi avessimo spazio e tempo”, appunto, se. Poi quel “deserti di vasta eternità”, ancora il tema dello spazio e del tempo, della condizione dell’essere umano nell’infinito, un’ombra di solitudine a cui dar rimedio con l’invito all’amata,

simili ad amorosi sparvieri
subito divoriamo il nostro tempo,
piuttosto che languire nel suo spietato fluire lento
Uniamo allora la nostra forza vera e tutta la nostra dolcezza
in una sola sfera scagliata oltre i ferrei cancelli della vita.”

     Breve la stagione dei metafisici, presto dimenticati per un breve ritorno al classicismo prima della marea romantica.  Riscoperti nel XX secolo sono delle voci indubbiamente dense e suggestive, libere nell’uso delle parole e dei temi, in qualche modo testimonianza di un XVII secolo che ha visto sconvolgimenti in campo sociale, politico e culturale in un paese che presto si conquisterà un ruolo rilevante nel mondo occidentale.

 


A cura di:

Marco Grampa

Laurea in Lingue e Letterature moderne presso IULM di Milano. Insegnante al Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio per 20 anni, per otto anni presso il Liceo Scientifico Tirinnanzi di Legnano, dove ha operato come senior manager per scambi culturali con istituti australiani, portoghesi e USA.
Traduttore di opere soprattutto di carattere letterario da paesi di lingua inglese, in particolare africani.
Autore di racconti e brevi saggi per riviste locali.

 

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