DANTE ALIGHIERI, NEL SETTIMO CENTENARIO DELLA MORTE: BIOGRAFIE

 

Aldo Cazzullo, A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, euro 18

Alessandro Barbero, Dante, Laterza, euro 20

Franco Nembrini, In cammino con Dante, Garzanti, euro 16.

 

Nel settimo centenario della morte, torniamo a parlare di Dante Alighieri. Non specificamente dell’opera, per ora, ma di lui, della sua vita. La ragione per cui ha senso farlo è sintetizzata dal recente libro di Aldo Cazzullo, A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia: l’avventura terrena di Dante si dipanò in Italia, e   proprio nel momento in cui l’Italia raccoglieva il portato dei lunghi secoli in cui era maturato il passaggio dall’impero romano all’alba dell’età moderna, fiorendo nella sua creazione socio-politica più originale, la civiltà comunale. Lì nasce l’Italia, e nasce, nella massima frammentazione politica, come coscienza culturale. Un panorama infinitamente articolato di differenze, strenuamente gelose di sé stesse, e insieme la consapevolezza di un’identità comune, nelle radici storiche della Roma imperiale trasformata nella Roma cristiana, nella lingua, sempre diversa ma non abbastanza da non permettere di capirsi, nel riconoscimento unanime del valore dei migliori, dotti, pittori, poeti. Unita, o meglio uniforme, anche nella capillare diffusione degli odii, di parte, familiari, personali, in un individualismo nascente, già cattivo ma ancora creativo, non ancora isterilito nell’aggressività difensiva e cinica di cui parlerà Leopardi. A questa varietà di uomini, idiomi, strutture di governo, si accompagna – o si accorda- l’infinita varietà dei paesaggi e delle città. E in Dante ci sono tutti, anche quelli che il poeta – che pure tanti ne ha camminati- non ha mai visto. Dunque, la vita di Dante come viaggio in Italia, in quella da cui veniamo e in quella, figlia sua, in cui viviamo; per capire meglio chi siamo, nel bene e nel male (suggestione interessante in questi giorni di disgrazia, quando, dal profondo della rissa, di nuovo ci si affida, come già Dante all’imperatore lussemburghese Arrigo VII, a un arbitro che ha orbitato tra Roma e Bruxelles…). Il libro di Cazzullo esplora  queste ipotesi prendendo il lettore per mano con stile affabile, accompagnandolo agilmente lungo lo snodarsi dei gironi della prima cantica; le storie si accavallano alle storie: ai tanti fatti, più o meno recenti e quasi tutti nerissimi, della vita delle città medievali, si intrecciano le storie che Dante richiama in figura retorica nella fulminea sintesi di cui sono capaci i suoi endecasillabi; poche parole per rammentare al lettore un mito, una vicenda biblica. Al lettore di Dante quelle poche parole bastavano per richiamare tutto un mondo di immagini e sentimenti. Posto a specchio del suo, che ne era fatto più chiaro e insieme più scuro, denso e misterioso, gravandosi dell’essenza della vicenda umana attraverso i millenni. Il lettore moderno da quelle fulminee allusioni è per lo più sbaragliato: il linguaggio preciso delle note di commento, prezioso frutto di severi studi, lo allontana, o lo convince di essersi imbarcato in una lettura per soli eruditi.  Cazzullo viene in soccorso sviluppando via via nel corpo della narrazione quegli accenni, lasciando che le storie si succedano alle storie. Il lettore è aiutato, affascinato, ma anche, a una più attenta riflessione, reso più consapevole della straordinaria densità, della ricchissima stratificazione della poesia della Commedia, l’opera che ci ha regalato, non ultimo dei suoi regali, la nostra lingua.

I centenari , si sa, patiscono l’agguato della banalità commerciale. Le celebrazioni comportano però anche un altro rischio, lo sappiamo altrettanto      bene, quello delle idealizzazioni mitizzanti, quasi sempre strumentali, magari ingenuamente strumentali; la cattiva e pericolosa retorica che si attacca ai cosiddetti padri della patria, anche quando padri lo sono davvero. Il fatto è che le cose, per i grandi padri collettivi, vanno come per i padri di famiglia: occorre scrostare i miti posticci per scoprire la paternità vera. Si può dire che sia questo il risultato ottenuto da Alessandro Barbero con il suo Dante. Una indagine rigorosa e aggiornata su ciò che si sa e ciò che non si sa del grande fiorentino, su come facciamo a sapere ciò che sappiamo, su come e perché dobbiamo talvolta rinunciare a ciò che credevamo di sapere. Come è stato giustamente notato, Barbero, nel liberare la figura storica di Dante Alighieri, almeno per quel che finora ne è emerso da nebbie non del tutto dissipabili, da mitizzazioni non autorizzate, si sottrae anche alla tentazione, speculare e non meno distorsiva, della demitizzazione. La sua biografia del fiorentino lo lascia immerso nei documenti del tempo, e con ciò, in un certo senso, lo rende uno di noi: come ciascuno di noi, Dante non emerge sempre con vigoroso stacco dalla folla dei contemporanei, non sempre domina il viluppo di eventi che ancora non si offrono alla serena disamina ex post ma ingannano con false apparenze, accecano con la mozione delle passioni. Molta parte del libro è dedicata non al poeta ma agli altri, noti e meno noti, spesso suoi familiari, con cui ha condiviso il transito terreno; nel tumulto di una vita cittadina violenta, nella politica, nei rapporti tra i sessi, nel codice in pieno vigore  della vendetta, nell’avidità di denaro, la giovinezza e l’impegno politico del poeta portano tutti i segni del suo tempo, mentre si vanno precisando alcune assillanti, fondamentali domande, per rispondere alle quali ci vorranno tutta la vita e tutta l’opera, in un continuo, assiduo processo di riesame, messa a punto, correzione. Centrale, nel libro di Barbero, è la riflessione sul concetto di nobiltà. E non la si può capire senza tenere conto della aggrovigliata situazione del comune, dove la stratificazione sociale non aveva nulla della limpida rigidezza dei tria ordina del mondo feudale. La nobiltà è nel cuore, non nella schiatta, come aveva già detto Guinizzelli, ha dunque a che fare con la virtù, con il cammino per conquistarla. Sul piano sociale, però, le cose si complicano: e così comprendiamo come il rifiuto della nobiltà come classe, nel cui nome il partigiano dei Bianchi aveva pagato con l’esilio la difesa degli Ordinamenti di Giustizia, si stemperi in una visione più possibilista negli anni delle peregrinazioni di corte in corte. Il libro di Barbero si attiene alla biografia e alla ricostruzione del contesto storico, quanto alle opere si limita agli elementi che rientrano nel campo così recintato, e dunque alle questioni, spinosissime come si sa, di datazione.  Alla fine della lettura, tuttavia, come non riconoscere nel travagliato cammino biografico, tra errori, ripensamenti, paure, incertezze, sudditanze verso la mentalità del tempo, il protagonista della Commedia? Come non stupirsi, una volta di più, di fronte al poeta che ha narrato se stesso, dal punto più basso dello smarrimento, della delusione, della colpa, fino alla compiuta ricostruzione del vero volto umano, trascinando con sé nel cammino l’umanità tutta, quella che incontrava per strada e quella che aveva conosciuto sui libri, senza differenza, nella comunione universale? Il Dante non idealizzato di Barbero, dunque, splende della sua vera luce: quella di chi ha vissuto tutti i gradi del male e del bene della vita, nei fatti d’ogni giorno, grandi e meschini, sempre interrogando l’attimo sullo sfondo dell’eterno, il particolare nell’economia del cosmo. Alla ricerca di un ordine che deve esserci, anche quando è del tutto scompaginato; di un bene che appare per fulgenti bagliori, tra le fiamme della violenza e della cupidigia. E in questo viaggio Dante trascina anche il volgare, quel volgare meraviglioso e vivo che, come chi lo parla, deve poterlo compiere nella sua interezza, profondendo i tesori della sua dismisura – necessaria per dire e conoscere il mondo infero in cui siamo, su cui non dobbiamo chiudere gli occhi, di cui non dobbiamo tacere l’orrore e la puzza-; lasciandosi anche regolare, grammaticalizzare, nobilitare; perché la meta del viaggio nel più nero disordine è la conquista dell’ordine luminoso.

Come si vede, la partenza dall’approccio rigorosamente storico e documentario si attaglia singolarmente alla poesia dell’Alighieri, che parla di un Tutto animato come una stradina della Firenze medievale, dove ogni particolare è salvo, illuminato ed eterno nella sua unicità. Dove ci siamo anche noi, anche noi di oggi. Su questa ipotesi gioca da anni le sue letture della Commedia Franco Nembrini; in un approccio che ha il suo punto di forza nel corpo a corpo personale con il testo, Nembrini ne esplicita soprattutto le valenze antropologiche ed esistenziali. L’operazione riesce, non solo perché legittimata dall’intenzione stessa dell’autore (condurre gli uomini alla salvezza ) e dalla tenuta dell’opera, che regge perfettamente questo tipo di scandaglio, ma anche, lo ripetiamo, perché chi ascolta o legge Nembrini avverte che si tratta di un lettore che, in qualche modo, ha accettato di incamminarsi in quel viaggio. Dopo i tre volumi che raccolgono i commenti alle tre cantiche, di Nembrini è in libreria il saggio In cammino con Dante.

  

A cura di:
Giuliana Zanello è nata a Milano nel 1957. Si è laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore e insegna al liceo classico di Busto Arsizio. Collabora occasionalmente con IlSussidiario.net

 

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