SEI TU, UN TITOLO PER DUE CANZONI

 

L’agenzia ANSA del 6 febbraio sinteticamente recita: Va a Fabrizio Moro il Premio "Sergio Bardotti" per il miglior testo (assegnato dalla Commissione Musicale del festival) per il brano Sei tu. Se non l’aveste già ascoltata durante la kermesse del Festival di Sanremo (a questo ovviamente si riferiva l’assegnazione del premio), potete farlo QUI guardando il video ufficiale, o se preferite QUA in un lyrics video che vi permette di seguire il testo. In questa canzone Moro (all’anagrafe Fabrizio Mobrici, interrogarsi sul cognome d’arte scelto e sulla ‘vocazione sociale’ di molte delle sue canzoni, chiusa la parentesi), conferma la sua poetica e la sua maniera di scrivere storie, che lo aveva già portato a vincere due volte il Festival, nel 2007 nella sezione giovani con il brano Pensa, dedicato alle vittime della mafia e nel 2018 nella sezione dei ‘Big’ insieme ad Ermal Meta, la canzone (successivamente molto diffusa) era Non mi avete fatto niente. Insomma, una presenza costante nel panorama della musica italiana con un passato difficile, fatto di dipendenze ed una successiva carriera di tutto rispetto.

Ascoltando la canzone, lo storytelling fa balzare all’orecchio un incedere un po’ alla Cristicchi, mentre il giro di 4 accordi sempre uguali riporta alle canzoni di certo indie nostrano. Infine la melodia prima sussurrata e poi urlata ricorda forse quell’Ultimo che di Fabrizio Moro pare aver raccolto il testimone per portarlo alle generazioni più giovani. E in ogni caso semmai è Ultimo ad essersi ispirato a Moro e non viceversa, ed ora Fabrizio gli ritorna il favore…

Detto questo, e senza voler analizzare troppo, la canzone c’è, fa leva sul sentimento e sul fatto che per andare avanti in mezzo alle difficoltà ci vuole un ‘tu’ che ti stia vicino e ti sorregga, il tutto ben aiutato dalle immagini e dalla storia raccontata nel bel video. Se poi fosse la canzone che doveva vincere il premio per il miglior testo oppure no: lascio ai lettori l’ardua sentenza.

Ma questa canzone, ancora prima di sentirla, me ne ha fatta venire in mente un’altra con lo stesso titolo, da me arrangiata e prodotta nel 2016 insieme all’autore Antonio Anastasio, sacerdote della Fraternità di San Carlo di stanza a Milano, dopo molti anni in Spagna. Non temete: ascoltando la canzone capirete subito che la mia non è una richiesta di verifica di plagio, né uno sterile confronto autocelebrativo. La canzone di Antonio è a mio giudizio molto bella ed al tempo stesso diversa da quella di Moro. Mi è venuto però da paragonarle, cogliendo come può essere diverso il ‘tu’ a cui ci si riferisce. Quello di Moro è effettivamente un testo molto profondo, ricco di immagini riuscite, essenzialmente di attributi di questo ‘tu’ tutto umano, necessario per nuotare nel mare – a volte tempestoso - dei giorni. Ecco alcune delle frasi che mi hanno ‘flashato’ di più: “La distanza compresa fra me e l'Universo”, “E sei tu che mi inietti nel sangue il destino” e poi nel ritornello l’espressione forse più riuscita: “Sei tu il mondo che passa attraverso i miei occhi”.

Passando alla canzone di Anas (così si abbreviava il suo cognome, rendendolo simpatico soprannome, fin dai tempi dell’università e prima), nella serie di ‘se’ delle strofe si intravvede una realtà che sfugge via da tutte le maniere che ci inventiamo per ingabbiarla, da tutte le definizioni,  mettendo in luce la nostra limitatezza umana. Limitatezza che faceva capolino anche nei versi di Moro, ad esempio “Ma la forza che sento dentro ad ogni sospiro imperfetto” e ancora “l'insistenza di esistere appesi ad un filo sottile”. Ma il tu di Anas apre uno spiraglio verso il cielo, non solo verso gli occhi dell’altro come me, che pure del cielo possono essere richiamo.

Ecco l’esperienza che ho fatto, scoprire in due belle canzoni (e sicuramente se ne potrebbero trovare altre, nel passato ed anche nel nostro presente) l’esigenza di un tu immanente, comune a tutti, Moro, Anas e tutti noi. Al tempo stesso il paragone e l’esperienza del nostro limite, che ci fa capire di dover alzare lo sguardo verso il trascendente, qualcosa (qualcuno) che dell’io e del tu è origine e scopo. L’universo, il “destino” adombrato di Fabrizio Moro, la “voce e mistero” di Antonio Anastasio. Certo, la speranza è di incontrare, come Antonio racconta nella sua canzone, un ‘tu’ che sia certezza, e che possa essere incontrato “nello sguardo del tuo amore”, che infranga i limiti e ci porti dentro l’infinito.


 A cura di:

WALTER MUTO, laureato in Lettere e con i più vari studi musicali alle spalle, decide di dedicarsi prima con grande passione e poi come lavoro alla musica, in particolare a quella leggera. La sua occupazione è fare musica, parlarne e scriverne a 360 gradi.  Oltre ad aver scritto diversi libri e curare una rubrica per il mensile Tracce, collabora da 35 anni agli spettacoli musicali per ragazzi della Sala Fontana di Milano, produce spettacoli insieme a Carlo Pastori e negli ultimi anni si dedica a progetti musicali per il sociale,
con una attività al Carcere di San Vittore ed una in due residenze per disabili psichici. 
Più info su www.waltermuto.it  

CDOLogo DIESSEDove siamo